top of page

Giugno 1969: i «caldi» giorni italiani di Herbert Marcuse


Estratto dal saggio pubblicato sulla rivista «Il Protagora», n. 4, luglio-dicembre 2004

           

 


Nikolay Oleynikov, particolare, 2013
Nikolay Oleynikov, particolare, 2013

Può capitare che la filosofia s’incontri con la contingenza storica, interloquendo con un soggetto sociale, vivo e operante. Marcuse e il suo pensiero, nel pieno del turbinio della rivolta del ’68, si sono più volte incontrati e scontrati col soggetto sociale da lui evocato e atteso. Il viaggio che fece in Italia nel giugno del 1969, su invito di un’associazione culturale per tenere una serie di conferenze a Torino, Milano, Roma e Bari, è esemplificativo di questo incontro.  


***


Proveniente da Los Angeles, Herbert Marcuse giunse a Torino il 12 giugno 1969, in compagnia della moglie Inge Neuman. Nato il 19 luglio 1898 a Berlino, nel 1916, dopo aver conseguito la maturità, fu chiamato alle armi. Nel 1917 entrò nel Partito socialdemocratico (SPD) e nel 1918 fu eletto nel Consiglio dei soldati di Berlino-Reinickendorf. Nel 1933 con la famiglia lasciò la Germania, prima della presa del potere da parte di Hitler; si trasferirono a Zurigo, poi nel 1934 emigrarono negli Stati Uniti. Qui trovò lavoro all’Istituto per la ricerca sociale, che si era trasferito da Francoforte a New York. Professore di politologia alla San Diego University in California dal 1965, si lasciava alle spalle un anno universitario tormentato. Era stato sospeso dall’insegnamento nell’autunno del 1968 perché accusato di predicare dottrine pericolose e aveva potuto riprendere l’insegnamento solo nel mese di marzo.

Giovanile nell’aspetto, nonostante i suoi settant’anni, capelli bianco-candidi, abbronzato dal sole californiano, i maggiori quotidiani italiani diedero ampio risalto alla sua venuta in Italia. Tanta popolarità gli derivava dall’essere considerato uno dei massimi ispiratori della contestazione giovanile, una delle tre muse ispiratrici, la terza «M» assieme a quelle di Marx e Mao: nel ’68 si era infatti gridato e scritto sui muri «Mao, Marx, Marcuse».

 

La «fortuna» di Marcuse in Italia

I libri di Herbert Marcuse, tradotti in italiano, ottennero un inaspettato successo editoriale. L’uomo a una dimensione, pubblicato nel 1967 dall’Einaudi, ha venduto complessivamente 250 mila copie, (150.000 già un anno dopo la stampa), Eros e civiltà (140.000 copie), Saggio sulla liberazione (50.000 copie), L’autorità e la famiglia (47.000). «L’uomo a una dimensione fece dell’autore il maestro della nuova sinistra […] Per quanto riguarda l’Italia, si può dire che negli anni intorno al ’68 non vi sia stato studente universitario che non abbia letto il libro, o non ne abbia respirato in qualche modo gli argomenti attraverso il dialogo con i compagni»[1]. Esaminando quelle che erano definite società industriali avanzate, nel libro si sosteneva che esse tendevano ad uniformare tutte le dimensioni dell’esistenza individuale e sociale, privata e pubblica. Il sistema non si limitava a soddisfare i bisogni delle persone, li creava inducendoli artificialmente; così come molti bisogni erano indotti, quindi falsi, anche i sogni, le speranze, il senso della vita erano manipolati dal sistema, costruiti artificialmente e, quindi, falsi. Creando falsi bisogni e falsi sogni s’impediva la nascita di un pensiero negativo, radicalmente critico verso l’esistente.

La cultura perdeva così i suoi caratteri di critica della realtà per aderire all’ideologia dominante, anch’essa diventata piatta, ad una dimensione. In cambio di questa sottomissione totale, si forniva il benessere materiale, prodotto però con un costo altissimo, che rivelava un aspetto irrazionale perché si basava sullo spreco e sulla distruzione.  In questo meccanismo sociale, bloccato e imprigionante, anche i partiti d’opposizione, i sindacati e i lavoratori stessi, erano integrati nel sistema e avevano perso lo slancio rivoluzionario. In questo senso, senza distinguere tra paesi socialisti e capitalisti, Marcuse sosteneva, «l’epoca tende al totalitarismo anche dove non ha prodotto stati totalitari»[2].

Poche le speranze di una rivoluzione perché – scriveva con lucido pessimismo nell’introduzione alla nuova edizione italiana del 1966 di Eros e civiltà – nei paesi retti da regimi democratici «la portata e l’efficacia dell’introiezione democratica hanno soppresso il protagonista storico delle rivoluzioni: gli uomini liberi non hanno bisogno di essere liberati, e gli uomini oppressi non sono forti abbastanza per liberarsi». Chi erano questi uomini oppressi e non integrati? Nell’Uomo a una dimensione erano individuati negli strati emarginati, minoranze etniche, poveri e nei giovani che rifiutavano il sistema per ragioni morali, etiche o istintive. Il ’68 e, più in generale la rivolta giovanile e quella delle popolazioni del Terzo Mondo contro il neocolonialismo, offrirono a Marcuse una speranza.

 

Conferenza stampa a Torino

Poche ore dopo essere sceso dall’aereo Marcuse si offrì alle domande dei giornalisti e di un pubblico selezionato. Il quotidiano «La Stampa», nel riportare il 13 giugno, domande e risposte date dal filosofo, titolò provocatoriamente e ad effetto: Per Marcuse Papa Paolo VI è più a sinistra di Breznev. Simile nel tono e nel significato il titolo dell’altro giornale piemontese, la «Gazzetta del Popolo»: Il Papa è più progressista dei burocrati del Cremlino. Entrambi riprendevano un commento, tagliente e ironico, fatto da Marcuse ad una domanda circa un apparente paradosso. Proprio in quei giorni, infatti, alla conferenza dei partiti comunisti e operai che si era aperta a Mosca il 5 giugno, il segretario del Partito comunista dell’Unione Sovietica Leonid Breznev, nel suo intervento del 7 giugno, aveva criticato i movimenti giovanili occidentali, giudicandoli immaturi, e confermando il duro giudizio contro il pensiero marcusiano già espresso in un articolo comparso sull’autorevole giornale «La Pravda». Quasi contemporaneamente, invece, Paolo VI in un discorso tenuto a Ginevra, lo aveva nominato nella critica contro la società consumistica occidentale.

Commentò Marcuse: «l’impressione è che il Papa sia più a sinistra del segretario comunista sovietico: e non c’è niente di male in questo». D’altronde, con irriverenza eguale e dissacrante, nel libro Saggio sulla liberazione, uscito allora nelle librerie italiane, invitava i giovani ad attaccare «l’esprit sérieux anche nel campo socialista: minigonne contro gli apparatchik, rock and roll contro il realismo sovietico»[3]. Rispetto al maggio francese dell’anno prima, durante la conferenza disse: «è stato il primo passo per mettere in crisi la società a una dimensione. Lo slittamento a destra è dovuto semplicemente al fatto che il moto di maggio non è andato fino in fondo, si è arrestato a metà strada. Ma questo non è colpa dei gruppi giovanili che lo hanno promosso. È colpa delle grandi organizzazioni politiche che hanno ostacolato la rivolta studentesca invece di sostenerla con il seguito delle masse. I comunisti francesi un anno fa avrebbero potuto cambiare il corso della storia. Non lo hanno fatto».

 

Giovani «estremisti»

Le conferenze che tenne nei giorni seguenti furono affollatissime. Sale strapiene ovunque, un pubblico pittoresco e stravagante, composto prevalentemente da giovani variopinti, chiassosi, irriverenti, stravaganti, ridenti, seri, coi capelli lunghi, barbuti, camicie verdi oliva, camicette, jeans, pantaloni di velluto a coste, giacche, giacchette, giubbotti, bellissime ragazze in minigonna o coi jeans, in short. Mescolati in mezzo al pubblico, tonache di religiosi, un palco pieno di suore a Bari, operai con la borsa del lavoro, signore eleganti in abito da cocktail, giovani del movimento studentesco, anarchici, maoisti, operaisti, eretici vari delle dissidenze della sinistra italiana, comunisti ortodossi. Le descrizioni giornalistiche del pubblico giovanile che affollava le sale dei teatri coglievano l’elemento tipico di quel momento della storia italiana, ovvero l’emergere di una nuova generazione, cresciuta negli anni Sessanta nella rivolta estetica ed etica verso il mondo degli adulti, protagonista, nelle scuole e nelle università, delle lotte del movimento studentesco e in procinto di dare vita ai gruppi extraparlamentari della nuova sinistra. Il 1969, infatti, fu un anno di passaggio dal movimento ai gruppi extraparlamentari che stavano per nascere dal crogiuolo dato dall’incontro, nelle fabbriche italiane, tra i giovani del movimento studentesco e la giovane classe operaia, di origine meridionale e di recente immigrazione.

Torino era, nel mese in cui Marcuse tenne la sua conferenza, un esempio di questo passaggio, da pochi mesi infatti ciò che rimaneva del movimento studentesco universitario aveva deciso di impegnarsi in un lavoro ai cancelli degli stabilimenti Fiat dove, era iniziata una lotta operaia che aveva caratteristiche nuove ed eversive rispetto alla tradizionale impostazione sindacale. Erano in corso scioperi interni che interrompevano il lavoro nei reparti, disarticolando il processo produttivo, con richieste di aumenti salariali uguali per tutti, di abolizione delle categorie, riduzione dell’orario di lavoro, aumento dei giorni di ferie, elezione diretta dei delegati di reparto e di squadra. Quelle lotte erano sostenute e coordinate dall’Assemblea operai e studenti, un organismo informale, sorto appositamente in quei mesi dall’incontro tra un numeroso gruppo di ex aderenti al movimento studentesco torinese, esponenti di gruppi minoritari operaisti e nuclei di operai, soprattutto giovani meridionali, che erano diventati degli abili organizzatori di scioperi «selvaggi» all’interno dei loro reparti, «indisciplinati», senza sindacato e spesso molto critici e irriverenti verso i quadri sindacali anziani «proprietari» della memoria storica della lotta di classe alla Fiat.

La rivolta giovanile e studentesca del ’68 interessò e coinvolse intellettualmente ed emotivamente Marcuse. In essa egli ritrovò una speranza di riscatto rivoluzionario capace di rompere l’involucro del consenso integrante basato sui consumi e indotto dall’organizzazione neocapitalistica della società. Quella rivolta rappresentava una speranza rispetto alla deriva totalitaria contro la quale la sinistra europea aveva fallito due volte: sia nel costruire un’alternativa credibile al capitalismo, sia nell’impedire l’affermarsi dello stalinismo. Colse in quella rivolta la confluenza «tra ribellione politica e ribellione etico-sessuale»[4], invocò, con spirito dissacrante, «l’odio dei giovani [che] esplode in canti e risate, mescolando la barricata e la pista da ballo, il gioco amoroso e l’eroismo»[5]. Né rifiutò o criticò, come fecero altri, lo spirito di avventura e di utopia che aleggiava in quella rivolta, anzi! Affermò convinto e perentorio che: «una rivoluzione che non abbia in sé un po’ di spirito d’avventura, non vale nulla. Tutto il resto è ordine, sindacato, socialdemocrazia, establishment»[6].

 

Oltre l’uomo a una dimensione

 Con questo titolo tenne quattro partecipatissime conferenze a Torino, Milano, Roma, Bari. I temi trattati spaziarono dai nuovi movimenti di protesta alla crisi che stava colpendo l’apparato socio economico degli Stati Uniti, per soffermarsi in più occasioni sulle differenze tra Stati Uniti e paesi dell’Europa Occidentale, dove, soprattutto in Francia e in Italia si presentava l’opportunità di una unione rivoluzionaria tra operai e studenti, cosa non prospettabile nel suo paese, data l’integrazione della classe operaia nel sistema. A Roma fu contestato dall’ex leader del ’68 francese Daniel Cohn Bendit e da altri esponenti del movimento studentesco. Dopo una ventina di minuti la conferenza fu interrotta da Cohn Bendit che urlò: «Herbert, dicci perché ti fai pagare dalla Cia»[7].

«Mi hanno accusato di essere pagato dal Cremlino, da Pechino, dal capitalismo, da Wall Street…» – cominciò a replicare, ma fu nuovamente interrotto.

«Marcuse, perché vieni nei teatri borghesi?».

Rispose: «soltanto un teatro borghese mi ha invitato, il partito comunista non mi ha detto di parlare: vado dove posso»…

Dal lato sinistro della platea, dove sedevano molti del movimento studentesco cominciarono a scandire: «Marcuse servo del padrone! Marcuse servo del padrone!»

Marcuse provò a riprendere il discorso, per concluderlo, ma pochi lo seguirono, un forte rumore saliva dalla sala, battibecchi, urla, schiamazzi. Marcuse si alzò, avviandosi verso l’uscita, ma dalla balconata Cohn Bendit e altri studenti intonarono l’Internazionale; allora tornò indietro, cantò anche lui, invitò il pubblico ad alzarsi in piedi: «Stand up, stand up» gridò in inglese. Pochissimi lo capirono, soltanto quando con un movimento delle braccia si face intendere, molti spettatori si alzarono.

L’ultima conferenza si svolse il 20 giugno al Teatro Petruzzelli di Bari. Iniziò riassumendo quelle che erano le sue analisi e le sue considerazioni già svolte nelle conferenze precedenti per concludere che, nonostante  l’apparente monolitismo, le società opulente e il quadro politico internazionale avevano i loro punti deboli rappresentati, esternamente dalla resistenza del Vietnam, dall’esistenza di Cuba, dalla rivoluzione culturale in Cina, dalla rivolta delle masse del Terzo Mondo e, internamente, dall’inflazione, dalla crisi monetaria e dall’indebolimento delle strutture morali. Era quindi possibile ipotizzare un progetto alternativo di società, un’utopia, fondata su un’autentica rivoluzione culturale, che rifiutasse di vivere in questa società repressiva.

L’avvenire poteva tendere ad un mondo ripulito dall’ipocrisia, nel quale gli istinti della vita e dell’eros prevalessero sull’istinto di morte. «Nei loro abiti, nei loro linguaggi, nei loro rapporti sessuali, i giovani ridicolizzano il sistema, spezzano le regole del gioco truccato e gli ipocriti standard della pulizia interiore, che odorano di marcio. Vogliamo la libertà e la vogliamo ora. L’attuale ribellione che agita i giovani è qualcosa di più del familiare conflitto fra generazioni. Può essere forse l’inizio della fine per la vecchia società e il principio di un nuovo periodo storico, ci piaccia o no, che può rendere migliore quell’universo attonito nella miseria e nella distruzione»[8], così concludeva Marcuse.


Note

[1] Luciano Gallino, Introduzione a Herbert Marcuse, L’uomo a una dimensione, Einaudi Torino, 1999, p. VIII. I dati delle vendite riportati nel testo sono tratti da Ruggero D’Alessandro, La teoria critica in Italia. Letture italiane della Scuola di Francoforte, Manifestolibri, Roma 2003, pp. 398, e Robert Lumley, Dal ’86 agli anni di piombo, Giunti, Firenze 1998, p. 131

[2] Herbert Marcuse, Eros e civiltà, Einaudi, Torino 1968, p. 47

[3] Herbert Marcuse, Saggio sulla liberazione, Einaudi, Torino, 1969, pp. 38-39

[4] Herbert Marcuse, La fine dell’utopia, Laterza, Bari 1968, p. 51 e p. 58

[5] Herbert Marcuse, Saggio sulla liberazione, cit, p. 38 e p. 12

[6] Dichiarazione di Herbert Marcuse a Parigi nel 1968, tratta da Hauke Brunkhorst e Gertrud Koch, Marcuse, Erre Emme, Roma 1989, p. 15.

[7] Così riferisce fin dal titolo e. c., Marcuse canta l’Internazionale ma è insultato da Cohn-Bendit, «La Stampa», 18 giugno 1969.

[8] «La Gazzetta del Mezzogiorno», 21 giugno 1969.


***


Diego Giachetti (1954) vive a Torino. Si è occupato di movimenti giovanili e di protesta attorno al ’68 e delle lotte operaie nel corso dell’autunno caldo. Molteplici le sue pubblicazioni, tra le quali La rivolta di corso Traiano (1997-2019); Un Sessantotto e tre conflitti (2008). Con DeriveApprodi ha pubblicato Nessuno ci può giudicare (2005) e Il sapere della libertà. Vita e opere di Charles Wright Mills (2021).

Il suo ultimo libro Odio i lunedì. Con Vasco Rossi negli anni Ottanta (2024) è uscito per MachinaLibro.



Libri di Diego Giachetti:







Comments


bottom of page